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Shabbaton a Bene Barak con bambini a rischio

September 14, 2017

Nell’haggadà di Pesach si racconta che rabbì Eliezer, rabbì Jeoshua, rabbì Elazar ben Azaria, rabbì Akivà e rabbì Tarfon, si erano riuniti per il Seder a Benè-Berak. I cinque maestri continuarono a parlare dell’uscita dall’Egitto per tutta la notte; finché vennero i loro discepoli e gli dissero: “Maestri! è giunta l’ora dello Shemà del mattino!”
Questo piccolo racconto che in prima lettura sembra molto semplice, pone alcune domande interessanti: una di queste, fu domandata nell’egregio commento, opera di R. Yochanan Treves, chiamato Qimchà da-Avishuna, stampato a Bologna nel 5300 (1540) come aggiunta al Machazor Benè Romi. R. Treves si interroga sulla domanda: perché i quattro rabbini oltre a rabbì Akivà si erano riuniti proprio a Benè-Berak? Basandosi su R. Abarbanel risponde che non si tratta della città di Benè-Berak ma di un raduno speciale con delle posate belle e brillanti (Barak o più vero Mavrik in ebraico = brillante). Un’altra risposta venne data da R. Yehuda Leib Maimon (fra i leader più importanti del sionismo religioso che firmò la Dichiarazione d’Indipendenza israeliana) che spiega che i rabbini si erano radunati nel luogo dove abitavano Bar Kokhba e rabbì Akivà per programmare la famosa rivolta di Bar Kokhba contro i romani, nota anche come la Terza guerra giudaica (132 – 135) che per alcuni è considerata la ragione della festa di Lag BaOmer. Nella prima interpretazione si trattava quindi di un raduno, il cui obiettivo era di discutere del passato e dell’identità collettiva; nella seconda si trattava di un’occasione per discutere (e in seguito realizzare) un impegno collettivo.

 

Quasi duemila anni dopo, il nostro shabbaton – il raduno della Giovane Kehilà– il movimento giovanile della comunità italiana in Israele nella settimana del Pesach Sheni e un giorno prima di Lag BaOmer, nella nuova Benè-Berak, ha raggiunto in maniera moderna entrambi gli obbiettivi.
Come in ogni shabbaton abbiamo sottolineato la nostra identità collettiva – l’identità degli italkim –  gli ebrei italo-israeliani. Lo abbiamo fatto attraverso la visita della mostra sui 500 anni del ghetto di Venezia al museo U. Nahon di Gerusalemme all’inizio dello shabbaton e attraverso momenti di discussione e riflessione. È stata però anche un’occasione per portare avanti un impegno collettivo: quello di contribuire alla società israeliana attraverso il volontariato. Lo shabbaton non era solo per noi ma per la società di cui facciamo parte.
L’iniziativa si è svolta in Achuzat Sarah, un istituto fondato nei primi anni dello Stato d’Israele per bambini sopravvissuti alla Shoah, che oggi assume il ruolo di Casa per 150 minori a rischio, sotto l’egida dell’organizzazione no-profit Emunah. Si tratta di bambini che sono stati allontanati dalle loro famiglie dal Ministero del Welfare e dei servizi sociali, per motivi di trascuratezza e a volte perfino di abuso e violenza. L’istituto ha un personale qualificato con una psicologa, un’assistente sociale e una seria di altre figure professionali ma si basa principalmente su bnot sherut, ragazze volontarie che decidono di fare il loro servizio civile ad Achuzat Sarah. Queste ragazze, assumono una responsabilità enorme e dedicano tutte le loro energia ai bambini. Emunah, tra le sue missioni nell’ambito dei servizi sociali, gestisce altre quattro case-famiglia come quella di Achuzat Sarah, asili nido, scuole superiori, un college delle belle arti, centri di crisi e centri di consulenza in tutta Israele.

 


Il contatto con l’organizzazione no-profit Emunah è nato grazie ad “una dei nostri”, Yael Cohenca. Quattro anni fa, all’età di 20 ani, Yael decise di fare l’Aliyah da Milano e dopo aver sposato il maskil Ariel Di Segni ed essersi laureata in psicologia, ha deciso di lavorare per World Emunah (il ramo internazionale di Emunah Israele).

Non nascondo il fatto che quando Yael mi propose di fare uno shabbaton a Benè-Berak con i bambini di Achuzat Sarah non ero completamente sicuro che l’iniziativa avrebbe avuto successo. La proposta fu quindi discussa a lungo nella riunione di Consiglio della Giovane Kehilà e dopo una lunga riflessione, abbiamo deciso che era giunta, come nella storia sui chachamim dell’haggadà, la Shaat Shemà shel Shacharit (l’ora dello Shemà del mattino) o vero, l’ora giusta per provare e per agire veramente.
Arrivando ad Achuzat Sarah, abbiamo trovato un posto disordinato e affascinante allo stesso tempo. Con qualche battuta sul calcio e qualche parola in italiano, siamo riusciti ad ottenere un sorriso dai bambini. Sembrava che ci conoscessimo da anni e la loro gioia per i nuovi “amici italiani più grandi” ha sconfitto immediatamente cancellato tutti i nostri dubbi. Gli amici di Achuzat Sarah ci hanno chiesto di fare con loro Arvit “con il nostro rito” e così abbiamo avuto occasione di divulgare il Minhag Bene Romi anche nella città di Benè-Berak. Lo stile musicale particolare della tefillah di rito italiano, da loro molto apprezzata, ha fatto sì che ci chiedessero perfino di insegnarli a cantare Lecha Dodi e altri Piutim.
Dopo la cena di Shabbat, preparata dalle bravissime bnot sherut, abbiamo fatto la nostra prima attività con i bambini. Non ci divertivamo così da tempo e l’atmosfera è stata molto piacevole. Il giorno seguente abbiamo continuato con le attività fino all’ora di Arvit e dell’Havdallah.
Finendo con un gioco di parole vorrei sottolineare ciò che ci hanno insegnato i ragazzi di Benè-Berak. Questi bambini, pur essendo più giovani di noi di alcuni anni e provenienti da realtà diverse, ci hanno insegnato che non sono necessari eventi appariscenti e costosi per divertirsi e passare un bello shabbaton ma semplicemente c’è bisogno di occasioni per fare del bene – un bene che ci rende soddisfatti e porta con sé il suo Barak.

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